Io non festeggio

Scritto da Francesco Caroli

L’importanza dei numeri della vicenda Ilva impone, a mio parere, una pausa di riflessione. E penso che questa sia necessaria soprattutto dopo aver guardato chi, in questo momento, brinda e festeggia. Da Tarantino, penso e spero di poter fornire alcuni spunti che inneschino nei miei compagni democratici un’analisi completa ed approfondita.

La chiusura dell’accordo (praticamente negli stessi termini tracciati dall’ottimo lavoro del Ministro Calenda), il dietrofront grillino, la salvaguardia dei posti di lavoro sono vittorie politiche nette, chiare, belle. Ma c’è poco da festeggiare. Chiudere questo accordo è stato un bene ma non è stata la cosa giusta. Abbiamo lavorato, tecnicamente, per raggiungere questa soluzione che è oggettivamente la più ragionevole, considerando contesto e condizioni economiche. Ma giusto e meno peggio non sono sinonimi sono concetti completamente diversi. Una città sfinita come Taranto con la chiusura di Ilva sarebbe letteralmente morta di fame, visto che qui un normale tessuto economico è pressoché inesistente. Ma quello che si farà nei prossimi anni è continuare a darle del cibo avvelenato come avviene da 40 anni. Inutile prenderci in giro.
C’erano due opzioni: chiudere l’industria lasciando lo scempio ambientale su un’area più grande di Taranto stessa, fermando a casa 14000 persone e tenendosi i danni alla salute causati da 40 anni di inquinamento sfrenato oppure continuare a produrre acciaio e salvare, almeno, i posti di lavoro.

Sono 40 anni che “Ilva deve produrre ma solo nel rispetto dell’ambiente”. L’ha sempre promesso lo Stato, poi i Riva, ora Mittal. Ma sappiamo bene che non sarà così. La politica ha usato Ilva per anni: unica fonte di lavoro stabile nel territorio, benzina inesauribile del clientelismo che qui, nel 2018, è ancora un metodo decisivo per vincere le elezioni (locali). La politica ha coperto, nascosto, censurato i danni che Ilva causava. La politica non ha vigilato sul prezzo che l’attività di Ilva sarebbe costata al resto della città. E in quella politica ci siamo anche noi. Tanti di noi. Tanti che sono ancora lì. Ed è assurdo che siano gli stessi personaggi che, nonostante siano stati per anni complici del sistema marcio, oggi si ripropongano come controllori dei processi di bonifica. Si, perché Ilva diventerà nuovamente un soggetto privato ma ha bisogno di controllo, di un indirizzo, di una guida politica. Il Partito Democratico che per anni ha amministrato la città, il Partito Democratico che da 15 anni amministra la Regione deve cambiare: deve assicurarsi che davvero Ilva inquini il meno possibile, che davvero mantenga i livelli occupazionali promessi, ma soprattutto deve organizzare un’alternativa economica a questa città. Deve darle nuove infrastrutture, deve fornirle servizi (sanità e scuola in particolare) allo stesso livello di altre città italiane in grande sviluppo e deve seguirne le traiettorie. Altrimenti chi può farlo? Non di certo chi ha soffiato con cinica spregiudicatezza sul fuoco della rabbia della gente solo per ottenere più consenso (strategia di successo essendo il M5S a Taranto sulla soglia del 50%). Non di certo può farlo la Destra che della salvaguardia dell’ambiente non ne ha mai fatto la propria bandiera. Possiamo farlo solo noi, con le nostre migliori capacità, con le nostre personalità che hanno dimostrato grande competenza sul campo (vedi Carlo Calenda), con il nostro animo riformista, con la nostra passione per le sfide e con la nostra pazienza nel progettare il futuro.
Noi militanti dobbiamo aiutare quel territorio. E dobbiamo aiutarlo facendo in modo che la nostra bandiera sia portata lì dalla nostra gente, quella con i nostri valori. Dobbiamo starle vicino. Iniziamo ad ascoltare chi vive i problemi: ridere dei tarantini perché per l’ennesima volta qualcuno è riuscito a prenderli in giro e vantarci dicendo che avevamo ragione noi non serve. A Taranto l’aria è irrespirabile, centinaia di bambini si ammalano, muoiono. La gente non ha voglia di ridere. I tarantini che vogliono la chiusura, che ci contestato, che ci insultano non sono nemici, ma solo poveri disperati.
Forse è il caso di iniziare a dimostrare, oltre che ad annunciare, che noi siamo davvero “un’altra cosa”.

Con pazienza, con il tempo e con persone preparate e serie con autentici valori democratici, Taranto deve ripartire. Dobbiamo costruire un’altra Taranto, affinché quando, fidatevi, tra 15 anni o forse 30 anni, si ripresenterà la stessa situazione, si possa scegliere la soluzione più giusta e non, come avvenuto ieri, la meno peggio.
Per questo io, intanto, non festeggio.

 

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