Attivismo a 02PD per contrastare le fake news

Scritto da Franco Granato

La tabella di marcia di 02PD è proseguita inarrestabile anche tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo anno.

Tra i temi a cui sono state dedicate delle serate di confronto è stato trattato quello delle fake news.

Argomento controverso che non ha risparmiato, come di consueto, accesi spaccati di costruttivo dialogo partitico.

Nel primo incontro, in primo luogo, si è stabilito un punto fermo; ossia distinguere le semplici notizie false da quelle che invece vengono definite fakenews.

Assodato che le fakenews siano sì notizie false, ma con la peculiarità di vantare l’appoggio di potenti mezzi quali stampa televisioni e partito, si è passati al contestualizzarne la pericolosità potenziale.

Si è visto quindi come notizie e teorie prive di fondamento diventino, se sapientemente divulgate, finanche tema di campagna elettorale e che lo facciano rubando tempo ed impegno prezioso a tematiche importanti e problemi reali.

Dai vaccini correlati all’autismo, passando dal negazionismo del surriscaldamento globale, fino ad arrivare alla criminalizzazione di intere minoranze attraverso la distorsione di realtà quali fenomeni migratori e politiche di accoglienza, è stato utile prendere coscienza di come teorie che nella normalità si bollerebbero come prive di fondamento, siano capaci di influenzare il consenso politico, sviluppare divisioni, produrre danno sociale.

Non avendo la possibilità di prevedere come possano svilupparsi nel tempo gli effetti delle errate credenze attualmente in voga, si è passati ad analizzare quindi le teorie cospirazionistiche e le fakenews del passato per capire se e come, le risposte alla maggior parte delle domande che oggi ci poniamo su questo fenomeno, non siano deducibili proprio scrutando il nostro passato.

La discussione ha indicato come passaggio obbligato l’analisi di quelle che molti ritengono essere le fakenews antelitteram, ed in particolare una; ossia affrontare in modo critico le fasi che, da inizio del novecento, partendo dalla divulgazione di false informazioni attraverso i famosi Protocolli dei Savi di Sion, portarono alla persecuzione degli ebrei.

I Protocolli dei Savi di Sion, da cui nacquero tragiche teorie, furono un falso documento che cominciò a circolare nei primi anni del novecento in Europa.

In esso, ad essere sintetici, veniva descritta l’intenzione degli ebrei più potenti del tempo di attuare un piano di conquista globale a favore della comunità ebraica.

La questione bizzarra è che questo documento altro non fosse che frutto di rivisitazione di precedenti opere di satira politica indirizzate a Napoleone III, assolutamente non correlate agli ebrei, e che questa circostanza, l’essere un artefatto, fosse già nota nei primi anni venti.

Eppure questo sistema di false informazioni, costruito con metodo e divulgato attraverso i mezzi di comunicazione del tempo, con l’ausilio di stampa e partito, entrò prepotentemente nel dibattito pubblico e politico di inizio secolo.

Hitler, ad esempio, nel Mein Kampf, indicava questo documento per legittimare agli occhi del popolo tedesco l’eliminazione fisica degli ebrei.

La campagna di disinformazione funzionò e molte popolazioni svilupparono, sulla base di notizie assolutamente infondate, un vero e proprio nucleo disempatico, quando non di vero odio, nei confronti di una minoranza che, ancora oggi, subisce gli effetti nefasti di quel tipo di propaganda.

 

L’incontro si è sviluppato poi in una seconda fase che ha dato modo di approfondire l’aspetto economico del fenomeno.

Capire quali siano gli enormi ricavi provenienti, attraverso la rete internet, da questo tipo di attività; e soprattutto capire quanto questo interferisca e danneggi le consuete attività di informazione.

Chi crea e divulga in rete notizie false o teorie cospirazionistiche lo fa cercando di attirare sui propri canali, attraverso titoli sensazionalistici, il maggior numero di internauti.

Questo enorme traffico si traduce in guadagno per i proprietari dei siti divulgatori, attraverso la visualizzazione delle pubblicità presenti sul sito.

E’ bene tener presente, quindi, che chi divulga fakenews attraverso i cosiddetti siti di “controinformazione” è cosciente della natura perversa e truffaldina del servizio informativo offerto e che la creazione di notizie dai titoli accattivanti, che spesso incitano all’odio, siano volutamente tendenti ad accarezzare la parte più becera dell’animo umano che poi si traducerà in guadagno.

Chiunque apra un sito internet ha la possibilità, attraverso gli ADsense di Google, di usufruire di pubblicità scelta attraverso degli algoritmi, sul proprio canale. Questo comporta per le aziende che si pubblicizzano in rete un problema per niente secondario.

Il rischio che la pubblicità di un’azienda, di un prodotto, di una società seria ed affidabile, finisca per comparire tra contenuti creati ad arte di natura xenofoba e razzista, ad esempio, è altissimo.

Spesso le aziende per far fronte in emergenza a questa distorsione del sistema, ritirano i propri investimenti in pubblicità a scapito anche di canali informativi seri che risentono, quindi, gli effetti indiretti di questo fenomeno.

A questo proposito, ed al fine di sabotare gli enormi flussi di denaro diretti a siti che propagandano odio e notizie false, sono nate vere e proprie associazioni di attivismo sui social media.

Queste associazioni hanno il compito di segnalare alle aziende di essere capitate tra le pubblicità di un canale di divulgazione pseudoscientifica, promotore di campagne d’odio o di azioni diffamatorie.

E’ il caso di Sleeping Giants, una delle maggiori associazioni attive in questo senso nata nel 2016, che durante le ultime elezioni presidenziali degli Stati Uniti, ha concentrato le proprie forze sensibilizzando e persuadendo le aziende a richiedere la rimozione della propria pubblicità dai siti internet colpevoli di divulgare notizie inventate che miravano a screditare gli avversari politici di Donald Trump e minoranze etniche composte da ispanici e neri.

A quest’onda, come era auspicabile, si sono uniti comuni cittadini.

Questo, oltre che essere un comportamento di responsabilità civile alla portata di tutti, sortisce anche un ottimo effetto.

Per le aziende così attente al marketing, ricevere da parte dei consumatori la segnalazione che la propria pubblicità appare –e quindi finanzia– contenuti d’odio o diffamatori, può risultare un bel grattacapo.

 

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