Riformisti, oggi

Scritto da Francesco Ascioti 

Il 4 marzo rappresenta – comunque la si legga – una sconfitta netta ed epocale per il Partito Democratico.

Ma dopo ogni notte – quanto scura che sia – vi è sempre un’alba. Oggi mi piace pensare a quell’alba.

Prima ancora che l’analisi della sconfitta, l’analisi della situazione attuale richiede una prima considerazione molto chiara. Il proporzionale al quale siamo relegati, con il quale siamo costretti a fare i conti e a convivere è del tutto inadeguato alla fase storica che vive l’Italia e che vivono i Paesi a noi vicini e nostri partner.

Questo proporzionale, che non redistribuisce in realtà in maniera paritaria e meritevole seggi e responsabilità, serve solo a consegnare a ciascuno la propria dose di impotenza, di impossibilità di prendere in mano il Paese. Semmai assegna più o meno influenza e decisività per fare qualsiasi cosa. E ciò comporta l’annacquamento di tutte le idee, il compromesso eterno, i tempi biblici. Ma comporta soprattutto l’instaurazione di una estenuante dittatura delle minoranze alternata ad una costosissima anarchia.

Costosa in termini economici, sociali, di perdita di chance.

Il primo punto dal quale noi riformisti dobbiamo ripartire è l’idea che si debba non smettere di lavorare per dare a questo Paese una prospettiva molto diversa: porsi il problema della governabilità significa porsi il problema della effettività della democrazia. Che chi vince governi non è un fatto di tattica: è un fatto di necessità se vogliamo un futuro. È cosi nelle città, nelle regioni: non può non essere così anche per il Parlamento.

Ripartire, quindi.

Una fase si è chiusa, certo, dobbiamo prenderne atto. Sono grato a Matteo Renzi per l’azione e per lo sforzo profuso in questi anni. Una legislatura nata morta si è trasformata nel periodo più riformista – persino più costituente- che l’Italia repubblicana ricordi. Dobbiamo fare tesoro dell’esperienza di questi anni con equilibrio e giudizio: prendere quanto di buono è stato fatto, imparare dagli errori, guardare al futuro.

Oggi – più di prima – credo ci si debba congedare dal problema dei cognomi, delle carriere, dei ruoli dei singoli: oggi ciascuno di noi, con le proprie peculiarità, deve apportare alla comunità quel contributo idoneo a fortificarla e consentirle di essere ancora, più di prima, la casa del riformismo, del progressismo, del futuro.

Futuro è la parola che più mi piace.

I conservatori sono ottimisti verso il passato, ma noi, noi riformisti, siamo ottimisti verso il futuro. Il futuro è il nostro tempo. Un tempo nel quale – penso prima di quanto si creda – recupereremo consenso e fiducia e saremo chiamati ancora a “disegnare” l’avvenire dei futuri italiani in questo angolo di mondo stupendo e irraccontabile, unico in assoluto nel bene e nel male.

Questo futuro ha bisogno di tutti. Le idee ed il vissuto di ciascuno, le battaglie di ognuno andranno rispettate e faranno parte delle biografie che ciascuno porterà con sé in questo viaggio.

Oggi più di ieri dobbiamo essere comunità e dobbiamo valorizzare quello che ci unisce: non solo in tema di princìpi, ma soprattutto in tema di battaglie ancora da vincere.

Perché la società che noi democratici sogniamo di costruire dovremo costruircela da noi e questo privilegio non lo lasceremo certo ai qualunquisti o ai razzisti di turno, tanti o pochi che siano i voti di consenso che prendano.

Mettiamoci in cammino allora, quanto lunga sia questa traversata.

 

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