Alla ricerca del Merito

Dal tavolo di lavoro “Alla ricerca del Merito” (opportunità di ricerca, valorizzazione del merito, borse di studio) dell’evento del 14 Dicembre: Il futuro in ascolto. Idee e proposte per l’università di domani.

Scritto da Alessandro Pioletti

Il terzo comma dell’articolo 54 della Costituzione recita così: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

In linea di principio nessuno potrebbe essere contrario a questo principio ma purtroppo la realtà è un po’ più complicato e spesso non è possibile attuare questo principio fino in fondo.

Lo Stato italiano, i vari enti regionali e persino i comuni cercano di seguire questo principio attraverso borse di studio assegnate agli studenti sulla base del reddito familiare e del merito scolastico. Inoltre i costi universitari per coloro che si iscrivono in università pubbliche e non usufruiscono di borse di studio, i costi sono relativamente contenuti.

Tutto sembrerebbe attuare il principio sopra citato ma purtroppo non sempre tutto ciò che è gratuito, o quasi, è sufficiente a costruire un sistema formativo a livello universitario efficiente e di alto livello.

Purtroppo secondo l’OCSE la percentuale di adulti nel nostro paese che possiedono una laurea è la seconda più bassa all’interno del gruppo dei paesi OCSE, solo dopo il Messico e il tasso di conseguimento di una prima laurea è del 35%, il quarto più basso sempre dei paesi OCSE.

Tutto questo con un costo del conseguimento di un titolo di istruzione terziaria (università) più bassa della media OCSE del 27% e un tasso di abbandono, nonostante i costi contenuti, del 42% contro una media europea del 31%.

Quindi nonostante un buon numero di borse di studio e dei costi universitari abbastanza bassi (nonostante alcuni aumenti nelle rette universitarie negli ultimi anni) la situazione non è tra le migliori.

A questo si aggiunge il caso danese che dovrebbe essere approfondito e analizzato perché in questo paese oltre a non pagare alcuna tassa per frequentare l’università ad ogni studente viene data una borsa di studio di circa $1000 per pagare le  spese per vivere (living expenditure). Questo meccanismo probabilmente è correlato ad un fenomeno chiamato “eternity students” cioè studenti che “sostano” all’università per molti anni senza fare esami o conseguire la laurea.

E infine c’è il caso del Regno Unito che va nella direzione opposta della Danimarca perché c’è stato un aumento vertiginoso e molto importante delle tasse universitarie e un aumento di richiesta di prestiti da parte degli studenti per far fronte a importi sempre più alti.

Nonostante questi aumenti il numero di studenti è cresciuto (da 1,44 milioni nel 1998 a 1,98 milioni nel 2011) e incredibilmente la crescita di iscrizioni di studenti provenienti da famiglie meno agiate è raddoppiata tra il 1997 e il 2015.

Sono esempi che descrivono sistemi universitari diversi da quello italiano e non è detto che uno dei due sistemi, se importato, funzionerebbe nel nostro paese.

Nonostante ciò possiamo pensare sicuramente ad un aumento dei fondi destinati a coprire i costi scolastici per le scuole pre-università che la famiglie devono sopportare e che sono aumentate negli ultimi anni per avere equità almeno fino all’università.

Inoltre servirebbe un aumento del numero e dell’importo di borse di studio per merito scolastico (sia attraverso il settore pubblico che quello privato) per favorire l’iscrizione alle migliori università degli studenti meritevoli e più interessati ad un percorso universitario e contrastare in questo modo il fenomeno dell’eternity students senza ledere il diritto allo studio.

Un altro provvedimento importante sarebbe quello di aumentare la spesa per studente universitario perché purtroppo l’Italia, secondo il rapporto Education at a Glance 2017 dell’OCSE, è poco più di $10.000 ben al di sotto della media OCSE di poco più $15.000 o di quella inglese di circa $30.000 o tedesca più alta di $15.000.

Un altro fondamentale nodo legato alle borse di studio e agli assegni di ricerca è proprio quello del settore ricerca e sviluppo del nostro paese a livello nazionale, accademico e privato. Ogni paese industrializzato che più velocemente è uscito dalla crisi e che sta registrando tassi di crescita elevati ha investito moltissimo nella ricerca e sviluppo.

Come dimostra l’ISTAT con il suo ultimo report, la spesa per ricerca e sviluppo intra-muros è aumentata  del 4,4% nelle imprese e del 6,8% nelle istituzioni no profit private, mentre ha registrato una riduzione del 1,7% nelle istituzioni pubbliche e un -2,8% nelle università (variazioni % nel 2015 rispetto al 2014).

Nonostante il settore privato ha registrato un buon aumento tutto il comporto pubblico e le università, centro nevralgico della ricerca di un paese, hanno registrato delle variazioni negative.

Un ultimo dato importante è che la spesa per ricerca e sviluppo intra-muros sul PIL è pari solamente al 1,34% rispetto ad altri paesi che hanno percentuali che toccano il 3,4,5% e così via.

Questo paese ha necessariamente bisogno di un programma stratetico a medio – lungo periodo che semplicemente decida di stanziare sempre più fondi al settore della ricerca e sviluppo soprattutto verso le università che soffrono una situazione di carenza di fondi da un lato e inefficiente distribuzione dei fondi dall’altro quando ci sono.

Inoltre serve un ricambio generazionale considerevole che sblocchi il turnover dando la possibilità a migliaia di ricercatori altamente qualificati (spesso cercati, voluti e assunti all’estero) di uscire da una situazione di precariato costante con contratti stabili e condizioni economiche certe.

Il nostro paese che ha un notevole numero di ottimi ricercatori in diversi campi non può permettersi di gestire questo capitale umano con qualche concorso o pochi finanziamenti contesi da migliaia di progetti di ricerca.

Secondo il rapporto diffuso dall’ADI (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani ) nel 2016, solo il 3,4% di chi ha un assegno di ricerca avrebbe la possibilità di essere assunto nel giro di quattro anni.

Serve un piano di reclutamento strutturale che permette di sbloccare il turnover, aumentare gli investimenti in ricerca universitaria e non solo, stabilizzare i contratti e rendere certe le condizioni economiche dei ricercatori.

Senza una massiccia quantità di risorse economiche e una particolare attenzione al mondo della ricerca italiana nei prossimi anni continueremo a perdere migliaia di ricercatori che porteranno le proprie conoscenze e capacità in altri paesi favorendone lo sviluppo e il nostro “sistema paese” diventerà sempre meno avanzato e competitivo a livello globale.

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