Lo Studente e la Società

Dal tavolo Lo Studente e la Società (numero chiuso, stage, mentorship, inserimento professionale) dell’evento del 14 Dicembre 2017: “Il futuro in ascolto. Idee e proposte per l’università di domani”.

Scritto da Alessandro Pioletti

Come spesso stiamo vedendo negli ultimi anni sembra che il mondo accademico insieme a i suoi studenti universitari viaggiano su un binario parallelo a quello su cui viaggiano il mondo del lavoro e la società. Sono stati commessi errori da entrambe le parti perché abbiamo migliaia di laureati in settori ormai saturi, le imprese richiedono competenze che studenti e universitari non possiedono o non hanno sviluppato nel loro percorso formativo, non ci sono piani strategici per l’orientamento ai percorsi professionali, non c’è un legame costante e diretto tra la ricerca universitaria e la sperimentazione e implementazione di queste ricerca nel mondo imprenditoriale, etc. Tutti queste variabili hanno causato il corto circuito tra società e sistema educativo.

La tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sempre molto alto (35,7% – settembre) e inoltre ci sono oltre 2,2 milioni di NEET (giovani tra i 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro) pari al 24,3% della relativa popolazione (un problema molto serio se paragonato agli altri paesi come Germania con l’8,8% di NEET, Francia il 14,4% e Regno Unito il 12, 3%).

Problemi molto seri che sono conseguenza di molte variabili come quelle sopra descritte per comprendere la mancanza di dialogo tra sistema educativo e quello economico, o meglio la società.

Provando a dare qualche possibile soluzione ad un problema molto ampio e complesso come questo perché coinvolge moltissime variabili che non si può esaurire in poche righe cerchiamo di analizzare una questione importante che ha suscitato accesi scontri negli ultimi mesi: il numero chiuso.

Spesso si usa questo “oggetto” come totem ideologico o di opportunità senza fare un’attenta riflessione sul tema.

Immaginiamo un sistema universitario dove la maggior parte (o tutti) dei corsi di laurea tolgono il numero chiuso: abbiamo la piena e giusta attuazione dell’uguaglianza perché chiunque può accedere ad un corso di laurea vedendo rispettato il suo diritto universale allo studio.

Così facendo però si creano enormi problemi: per esempio come spesso accade (addirittura nelle università private) gli studenti si ritrovano a prendere appunti per terra o in corridoio a causa del gran numero di studenti e delle dimensioni delle aule; ci sarebbe un rapporto asettico e freddo tra docente e studenti che sono solo dei numeri identificati con delle matricole con una diminuzione nella qualità della lezione delle conoscenze acquisite; ci sarebbe uno squilibrio dell’offerta di lavoro verso alcuni settori che diventerebbero saturi a discapito di altri che non troverebbero giovani laureati da assumere; etc.

A tutto ciò si aggiunge un aumento degli studenti che abbandonano gli studi durante il proprio percorso accademico oppure che sostano per molti anni all’interno dell’università senza fare esami o cambiando corso di laurea.

Se questa è la nostra idea allora dobbiamo inserire sistemi di valutazione rigidi e precisi (numero di crediti da raggiungere, numero esami da sostenere, esame complessivo di fine, etc.) durante il percorso di studi in modo tale che nei tre anni o nei cinque anni ci sia una selezione tra tutti coloro che si sono iscritti il primo anno di coloro che sono davvero meritevoli e maggiormente interessati al corso di studi che stanno affrontando.

Immaginiamo invece un sistema universitario dove molte, se non tutte, i corsi di laurea sono a numero chiuso. In questo caso ci sarebbe una maggiore selezione già il primo anno; avremo una gestione delle risorse economiche e dei docenti più efficiente; un equilibrio maggiore tra domanda e offerta di lavoro nel caso in cui ci fosse una stretta collaborazione tra mondo dell’istruzione e del lavoro con analisi precise sull’andamento del mercato del lavoro, le competenze richieste e le mansioni ricercate.

Naturalmente questo metodo comporterebbe più efficienza, meritocrazia e selezione ma andrebbe contro il principio universale del diritto allo studio.

Questi sono i due estremi ma ci sono molte soluzioni intermedie come triennale non a numero chiuso e magistrale a numero chiuso, oppure alcune corsi di laurea “liberi” mentre altri a numero chiuso, etc.

Altri due punti importanti per riconnettere il mondo formativo a quello economico e contrastare la disoccupazione giovanile e il fenomeno dei NEET sono gli stage e il mentorship.

Riguardo a quest’ultimo punto già altri paesi stanno implementando programmi nazionali e progetti locali per favorire l’attività di mentoring tra un key worker e degli studenti che hanno portato a nette riduzioni del fenomeno dei NEET, maggiore consapevolezza e conoscenza da parte dei giovani del mondo del lavoro e delle scelte da fare e una crescita personale e culturale notevole.

Nel Regno Unito c’è l’associazione “Inspiring the Future” oppure il programma “Youth contract”; negli Stati Uniti invece c’è un piano nazionale che si chiama “Mentor – The National mentoring partnership”; oppure in Germania con il programma “Jugend Starken im Quartier”.

Come in questi paesi, in Italia servirebbe un programma nazionale di mentoring (anche su piattaforma digitale) che permetta di collegare le scuole superiori e università con il mondo delle imprese e dei professionisti al fine di far incontrare “key workers” (imprenditori, professionisti, consulenti, etc.) e studenti ognuno dei quali potrà avere dei consigli utili e pratici per acquisire le giuste skills, simulare colloqui di lavoro o preparare e arricchire il proprio CV con diverse attività, avere la possibilità di esser presentato a potenziali recruiters, capire qual è il percorso formativo migliorare per un determinato lavoro e quali sono gli strumenti più adatti per sfruttare tutte le opportunità che il mondo accademico ma soprattutto quello del lavoro può offrire.

La questione stage è fondamentale e decisiva per la trasformazione del nostro sistema universitario verso il mondo del lavoro del futuro che richiederà necessariamente un perfetto equilibrio tra nozioni teoriche, sempre più complesse e sofisticate, e capacità pratiche.

Molte nostre università hanno una grande capacità di insegnare perfettamente la teoria ma con evidenti lacune sul lato pratico che gli studenti devono riempire in brevissimo tempo appena entrati nel mondo del lavoro.

Uno studente britannico dopo il suo bachelor’s degree avrà probabilmente già fatto due stage estivi in aziende, banche, società di consulenza, studi legali molto importanti che potrà inserire nel suo curriculum all’inizio del master e che spedirà in altre aziende ancor prima di iniziare le lezioni del master’s degree.

Lo stesso studente italiano dopo la sua laurea triennale o quella magistrale forse avrà fatto uno stage in qualche azienda o avrà partecipato a qualche programma in una società di consulenza della durata di due settimane ma non nulla di più.

A parità di conoscenze teoriche (probabilmente lo studente italiano sarà più preparato dal punto di vista teorico) lo studente inglese sarà notevolmente avvantaggiato rispetto a quello italiano nel trovare e affrontare il mondo del lavoro.

Eccezion fatta di alcuni atenei italiani che sono diventanti eccellenze a livello mondiale proprio perché coniugano teoria e pratica in modo perfetto, le università italiane dovrebbero cambiare i loro piani di studio in modo abbastanza deciso e rivoluzionario con l’inserimento di stage obbligatori, o vivamente consigliati, presso importanti imprese, società di consulenza e studi legali.

Le università dovrebbero, incentivare i docenti a costruire corsi accademici teorici e pratici con l’inserimento di lavori di gruppo, presentazione di paper e analisi dati, studio e analisi di casi concreti, incontro con i protagonisti del mondo del lavoro con implementazione di progetti.

Riducendo la terribile realtà che le nostre università siano degli “esamifici” e incentivando gli studenti ad applicare al mondo reale ciò che hanno appreso durante le lezioni teoriche, i laureati avranno le competenze teoriche e capacità tecniche per affrontare il mondo del lavoro in modo adeguato.

 

 

 

 

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